La sua traiettoria

Sulle strade di un profeta

Il rischio, con don Tonino Bello, è di confinare la sua straordinaria personalità in una formula restrittiva: il vescovo pacifista, la Chiesa del grembiule, il testimone del concilio, l’autore della “Lettera al marocchino”. Ma ogni volta ci si rende conto dell’insufficienza di un’analisi che lo riporti a una sola dimensione, per quanto nobilissima. Don Tonino è questo e molto “altro”.

di Claudio Ragaini*

Con il passare del tempo (sono vent’anni dalla morte di don Tonino ed è in corso il processo di beatificazione) si avverte sempre più come la sua figura e la sua popolarità siano l’espressione di un insieme complesso di valori che non possono essere letti separatamente. Nella sua breve esistenza (è morto a 58 anni) don Tonino è passato nel cielo della Chiesa italiana come una cometa luminosa, lasciando una scia ricca e feconda fatta di segni e di insegnamenti che costituiscono la memoria viva della sua presenza e della sua attualità.

Lo testimonia la processione di pellegrini che visitano la sua tomba ad Alessano (Lecce), il paese natale, lasciano messaggi d’amore e gli affidano i loro segreti pensieri, come farebbero con un amico. Così come le vie, le piazze, le scuole che portano il suo nome; e la diffusione, attraverso un passa-parola complice e misterioso, dei suoi libri e dei suoi discorsi, che ci riportano la sua voce calda e avvolgente e il suo sorriso illuminante. Una fama di beatitudine, non ancora formalizzata ma diffusa, che affascina anche chi non l’ha conosciuto.

Nel suo Dna c’era anzitutto il dono dell’autenticità, forse un’eredità della sua terra natale; la capacità di aprirsi agli altri con limpida semplicità e dolcezza.

Fin dagli anni di Ugento, giovane prete, quando era insegnante al seminario e assistente dell’Azione cattolica, conquistava i giovani con la sua carica vitale e le capacità organizzative: epiche partite di calcio, nuotate nel limpido mare del Salento, incontri al suono della fisarmonica; amico di tutti, come un fratello maggiore. Già allora spendeva il suo stipendio di insegnante per abbonare i suoi allievi a riviste culturali e per aiutare i poveri. Poi a Tricase, come parroco, si era immerso tra la gente, aveva scoperto un mondo nuovo, galvanizzato dalle novità portate dal concilio. Aveva rianimato e stravolto la vita di una cittadina addormentata, rinnovando la liturgia, ravvivando le associazioni, organizzando incontri teologici con esponenti della cultura cattolica. Le sue funzioni, le sue messe, riempivano la chiesa come non era mai avvenuto. I poveri e gli emarginati erano interlocutori privilegiati. Quel modo nuovo di “fare” il parroco stupiva e conquistava la gente. Era stato nominato monsignore a soli 28 anni, ma volle essere chiamato sempre “don”; e don Tonino rimase sempre, anche quando diventò vescovo.

 

Con gli ultimi della fila

Al suo esordio come vescovo a Molfetta spiazza tutti, benpensanti e tradizionalisti, per il suo stile semplice e spontaneo. Aveva il pastorale e la croce di legno di ulivo, girava a piedi per le vie della città fermandosi a parlare con tutti, faceva la coda dal barbiere aspettando il suo turno, guidava una vecchia 500, andava a scovare i senzatetto attorno alla stazione e se li portava in vescovado: la sua porta era sempre aperta, giorno e notte. La sera intratteneva i giovani con la fisarmonica che si era portato da casa. La gente era conquistata dal suo comportamento, ma qualcuno, anche tra i suoi preti, mugugnava.

I rapporti con il potere politico ed economico erano formali e cortesi, ma chiari. Lui stesso amava ripetere, con uno di quei giochi di parole che gli erano cari, che ai segni del potere preferiva il «potere dei segni». E segni ne lasciò copiosi nei dieci anni del suo ministero. Andò di persona a difendere gli operai di un’acciaieria minacciati di licenziamento; ebbe più di una polemica con l’amministrazione comunale per la carenza di alloggi per i poveri e ospitò gli sfrattati in vescovado; da uomo libero che non accettava compromessi ed etichette, sferzò la classe politica locale fino alla rottura; richiamò col suo esempio la città ai valori della convivenza e della solidarietà.

Sognava una Chiesa calata tra la gente, nello spirito del concilio; una Chiesa di servizio che mettesse al primo posto l’attenzione agli «ultimi della fila». I poveri erano l’insegna del suo ministero, scolpiti nel suo stemma episcopale: “Ascoltino gli ultimi e si rallegrino”. «La Chiesa del grembiule» era la sintesi della sua pastorale. Non sempre capita, non sempre seguita.

Dalle linee dei suoi piani pastorali emergono l’ansia e le preoccupazioni del pastore per la comunione e l’unità della sua Chiesa che amava profondamente. Soffriva per le piccole rivalità nel clero, raccomandava la sobrietà negli apparati e nelle cerimonie, condannava il «giro di danaro nelle sacrestie», la raccolta di offerte nelle feste patronali e le «spese pazze» per le prime comunioni e le cresime.

Scriveva e lavorava molto: di notte, chiuso in una piccola cappella davanti all’immagine della Vergine (la stessa che si farà portare accanto al letto negli ultimi giorni di vita), prendevano vita i suoi straordinari scritti che pubblicava sul giornale diocesano Luce e vita, le sue riflessioni, i suoi libri diventati famosi: Alla finestra la speranza, Sui sentieri di Isaia, Lettere ai catechisti e tanti, tanti altri che si sono moltiplicati dopo la sua morte.

In quella straordinaria stagione degli anni ’80, che vide l’associazionismo cattolico, riviste missionarie e movimenti di opinione impegnati nella difesa dei valori della pace e della nonviolenza, Tonino Bello, chiamato alla guida di Pax Christi, fu il catalizzatore instancabile delle voci e delle speranze degli “operatori di pace”, un svolta vissuta in coerenza con il vangelo.

Con gli scritti e i suoi gesti fu il profeta moderno della nonviolenza, il messaggero di una teologia della pace che testimoniò di persona, fino alla consunzione, sognando l’avverarsi del sogno di Isaia. La pace come «convivialità delle differenze», secondo una formula fortunata, icona della Trinità. Dalla Bosnia alla prima Guerra del Golfo, dallo sbarco dei clandestini sulle coste pugliesi alle proteste contro i poligoni di tiro in Puglia e le basi dei bombardieri in Calabria, alla legge sul commercio delle armi: il suo fu un impegno tormentato, segnato da fatiche, incomprensioni e non ultimo, dai richiami “dall’alto”. Fino all’epilogo che suggellava il senso di un’intera esistenza: la marcia su Sarajevo, già gravemente malato, e poco dopo l’offerta della sua vita sull’«altare della sofferenza», con un ultimo saluto: «Vi voglio bene».

 

* giornalista, già vicedirettore di Famiglia Cristiana, autore di Don Tonino. Fratello vescovo, Paoline 1994 e 2012