Quelle domande inascoltate

Se la Chiesa che non ama la pace

Come uomo del concilio, don Tonino riteneva pace e povertà i primi luoghi di verifica della vita cristiana. E a suo avviso in Italia non c’era (non c’è) un’apprezzabile teologia della pace.

di Sergio Paronetto*

Nell’anno del 50° anniversario dell’inizio del concilio e della Pacem in terris, la memoria di Tonino Bello vibra di particolare intensità e interpella i credenti con le sue domande brucianti al ritorno da Sarajevo (dicembre 1992): «Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia di domani? Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? (...) Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza: le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono». (La speranza a caro prezzo, San Paolo, 1999) I poveri lo vorranno? E con quale aiuto? La Chiesa lo vorrà?

 

Il dramma delle comunità cristiane

Per don Tonino «il vero dramma» delle comunità cristiane è quello di «non aver ancora assunto la nonviolenza come unico “abito da società” veramente firmato dal Signore e continuare a baloccarsi con gli altri vestiti contraffatti che ci assediano l’armadio». Dovremmo essere più audaci: «Il Signore ci ha messo sulla bocca parole roventi: ma noi spesso le annacquiamo col nostro buon senso. Ci ha costituiti sentinelle del mattino, annunciatori, cioè, dei cieli nuovi e delle terre nuove che irrompono, e invece annunciamo cose scontate, che non danno brividi, che non provocano rinnovamento». (Scritti vari. Interviste. Aggiunte, Mezzina, 2007)

Negli anni ’80, nel vivo di tante iniziative, spesso in contatto con la rete veneta dei “Beati i costruttori di pace”, con Nigrizia e padre Alex Zanotelli, don Tonino dichiara che la nonviolenza costituisce l’essenza del vangelo. Lo dice con lo stile di un moderno padre della Chiesa, precisando: «Purtroppo non c’è ancora in Italia un’apprezzabile teologia della pace (...). È doloroso dirlo: ma io penso che buona parte delle perplessità anche dei nostri episcopati sul tema della pace derivi dalla mancanza di una seria fondazione teologica» che sia premessa della «convivialità delle differenze». (Le mie notti insonni, San Paolo)

 

La malinconia del nostro silenzio

In occasione del giovedì santo del 1986, osserva con tristezza: «È malinconico osservare oggi (se si eccettuano le audaci sortite del papa, di qualche episcopato e di pochi gruppi) i tentennamenti delle nostre Chiese. Quello della pace sembra un campo minato da mille prudenze, recintato dal filo spinato di infinite circospezioni, protetto da pavidi silenzi. Non ci decidiamo ancora, come popolo profetico, a uscire allo scoperto. Ci nascondiamo dietro i fortilizi delle logiche umane. Viviamo ambigue neutralità, che tutto possono essere meno che disarmate. Ma se tacciamo noi, eredi della profezia di pace del Cristo, chi si assumerà il compito di dire alla terra che, scivolando sui binari che ha imboccato, corre inesorabilmente verso l’olocausto? Coraggio miei cari fratelli profeti! Diciamo che ogni guerra è iniqua. Promuoviamo una cultura di pace che attraversi tutta la nostra prassi pastorale. Denunciamo a chiare lettere l’ingiustizia della corsa alle armi. Insorgiamo quando vengono violati i più elementari diritti umani in ogni angolo del mondo. Aiutiamo la gente distratta a rendersi conto che lo sterminio per fame di milioni di persone pesa sulla coscienza di tutti. Smilitarizziamo il linguaggio».

Occorre essere disposti a salire sulla croce: «E si sale sulla croce ogni volta che si contrastano le logiche correnti tributarie degli schemi pagani del profitto, della sicurezza, dello schieramento dei blocchi, della deterrenza. Si sale sulla croce ogni volta che si afferma che la produzione delle armi, il commercio degli strumenti di morte e il segreto che copre il loro traffico sono una grossa violenza alla giustizia e un attentato gravissimo alla pace: anzi sono già guerra». (Convivialità delle differenze, La meridiana)

 

Il fuoco della profezia

Come uomo del concilio, don Tonino ritiene la pace e la povertà i primi luoghi di verifica della vita cristiana. Su di essi, «sembra che siamo stati colti da afasia (…). Basta pensare al tema dei nostri compromessi col potere. Quante volte la paura di perdere i privilegi non ci blocca la profezia sulle labbra, se pure non ci rende complici di tante ingiustizie consumate sulla pelle dei poveri!» (Non c’è fedeltà senza rischio, San Paolo). Le sue argomentazioni lo legano a Primo Mazzolari e a Giovanni XXIII, a Giuseppe Dossetti e a Giacomo Lercaro, a Hélder Câmara e a Oscar Romero. Sviluppando il tema della pace espresso nel capitolo V della Gaudium et spes (ricco di spunti ma carico di cautele), don Tonino intende tenere acceso il fuoco della profezia: «È contro la violenza che la Chiesa oggi è chiamata a pronunciare per intero la parola della pace, esplicitandone tutte le esigenti conseguenze, se vuole essere fedele annunciatrice del vangelo». I credenti non possono essere mediatori incerti. «Dire che ogni apparato di guerra, anche se non verrà mai messo in funzione, è una violenza profonda che corrode alla radice la logica del vangelo, è compito dei profeti. E guai ad essi se, temendo il compatimento dei benpensanti, o arrestandosi dinanzi alle seducenti ragioni del buonsenso, o sentendosi minacciare dall’accusa di fondamentalismo, o privilegiando il realismo dei piedi per terra sulla sacra ingenuità dell’utopia, dovessero pronunciare per metà l’unica parola, shalom, per la quale sono abilitati a parlare con forza. Il vangelo è così chiaro sulla nonviolenza attiva, che non si possono operare sconti sul prezzo del paradosso». (La speranza a caro prezzo, San Paolo).

 

La retorica di guerra

Quali sconti, infatti, sta provocando la retorica di guerra diffusa da certe omelie funerarie per i soldati uccisi, definiti dall’ordinario militare “eroi”, “missionari” o “profeti”! Quale esagerazione lontana dalla realtà e ignara dell’opera di santi, volontari e missionari! Che abbaglio, inoltre, l’interpretazione nazionalista e militarista di Giovanni XXIII e Primo Mazzolari!. Che lontananza da don Tonino che invitava a rivedere il ruolo dei cappellani militari che possono svolgere meglio il loro ministero tra i soldati senza l’inquadramento militare («Accade già nelle carceri. Non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no» . Quale carenza di vangelo e di conoscenza del magistero ecclesiale! È Benedetto XVI a osservare, il 1° gennaio 2010, che la vera profezia è quella dei volti dei bambini sfigurati dal dolore, vittime innocenti delle guerre: «profezia dell’umanità che siamo chiamati a formare», «chiave di lettura del problema della pace», «appello alla nostra responsabilità». Davanti a loro, osservava il papa, «crollano tutte le false giustificazioni della guerra e della violenza. Dobbiamo semplicemente convertirci a progetti di pace, deporre le armi di ogni tipo e impegnarci tutti insieme a costruire un mondo più degno dell’uomo».

 

Tormento e dolore

A causa della sua azione, don Tonino soffre molto. Il peso di critiche superficiali ma taglienti lo prova e lo ferisce. Il 28 marzo 1991, ad esempio, confessa il suo dolore per tante denigrazioni. «Ci siamo generosamente giocati la vita tutta intera, ma abbiamo talvolta il presentimento di aver perduto la scommessa. Ci avvilisce la povertà dei risultati (…). Avvertiamo, come forse non ci era mai capitato, la frantumazione dei nostri sforzi, l’incapacità di lavorare insieme, il venir meno di quella solidarietà apostolica che in passato ci aveva sempre sorretto (…). Qualche volta ci è venuta meno la vicinanza di chi, per il suo carisma dell’insieme, avrebbe dovuto confermarci con un segnale d’incoraggiamento e stimolarci a un impegno più robusto, forse anche con una parola di rimprovero. Non di rado ci siamo visti abbandonati a noi stessi». Il suo dolore è tutto pasquale. Pensa che la tristezza non abbia diritto di cittadinanza in “una comunità di risorti”.

 

La pace è il progetto della Chiesa

Lo proclama con questi accenti vibranti: «Chiesa di Dio, dal giorno di Pasqua questo è dunque il tuo progetto politico. Questa la tua linea diplomatica. Questo il tuo indirizzo amministrativo. La pace. Non la tua sistemazione “pacifica”. Non il plauso dei potenti, che sarebbero disposti a pagare la metà del prezzo ricavato dalla vendita delle armi pur di comprare i tuoi silenzi sulla guerra. La pace, non il consenso della gente, che è sempre disposta a barattare la libertà con le cipolle d’Egitto. Non ti scoraggiare, Chiesa di Dio, anche se il compito che ti ha assegnato il Risorto la sera di Pasqua è difficile, richiede una carica eccezionale di speranza, e ti espone costantemente al rischio di essere giudicata ingenua, visionaria o sognatrice ad occhi aperti. Ma chi altro può parlare di pace con la certezza che essa è possibile se non tu, che hai il vantaggio di attingere a piene mani al fondo di quella riserva utopica che ti ha dato il Signore?» (Alla finestra la speranza, San Paolo). La fede cristiana chiama al “disarmo integrale”, esplicitato nella Pacem in terris che definisce la guerra “pura follia” (nn. 61 e 67) o invocato da Giovanni Paolo II davanti alla guerra del Golfo: «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutto e di violenza».

 

Appello ai costruttori di pace

Il concilio afferma la pace come “un edificio da costruirsi continuamente con mentalità completamente nuova” (Gaudium et spes, 78 e 80). Oggi fare memoria del concilio vuol dire attivarne le dinamiche innovatrici andando verso don Tonino che ci viene incontro dal futuro. Forse per attuare il progetto, espresso dal teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, di un concilio ecumenico delle Chiese cristiane per la pace. La strada è ancora lunga (in poche diocesi esistono le Commissioni Giustizia e Pace). Il 30 aprile 1989, a Verona davanti alla folla areniana, don Tonino propone una visione dinamica della beatitudine: In piedi, costruttori di pace! Occorre «essere segno dell’inquietudine, richiamo del “non ancora”, stimolo dell’ulteriorità. Spina dell’inappagamento, insomma, conficcata nel fianco del mondo. Riconosciamolo. Come Chiesa accusiamo ancora pesanti deficit di “parresia” (…). Siamo spesso prigionieri del calcolo, vestali del buon senso, guardiani della prudenza, sacerdoti dell’equilibrio (…). Coraggio! Non dobbiamo tacere (…). Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la remissione dei debiti del Terzo mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena…se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali. Ce lo auguriamo con le parole di Bonhoeffer: “vogliamo parlare a questo mondo, e dirgli non una mezza parola, ma una parola intera. Dobbiamo pregare perché questa parola ci sia data”. E noi pregheremo (...). E invocheremo lo Spirito Santo. Non solo perché rinnovi il volto della terra. Ma anche perché faccia un rogo di tutte le nostre paure» (cfr Le mie notti insonni, San Paolo; Scritti di pace, Mezzina)

 

 

* Vice presidente di Pax Christi Italia, autore di Tonino Bello, maestro di nonviolenza, Paoline, 2012.