Da “La croce del sud”

Scritti appena ieri

Riproponiamo alcuni degli interventi che per sette anni (gennaio1986-gennaio1993) don Tonino fece sulle pagine di Nigrizia.

Caro marocchino,

 

perdonami se ti chiamo così, anche se col Marocco non hai nulla da spartire.

(…) Perdonaci, fratello marocchino, se, pur appartenendo a un popolo che ha sperimentato l’amarezza dell’emigrazione, non abbiamo usato misericordia verso di te. Anzi ripetiamo su di te, con le rivalse di una squallida nemesi storica, le violenze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in terra straniera.

Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di clandestini come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro.

Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure l’ospitalità della soglia. Se nei giorni di festa, non ti abbiamo braccato per condurti a mensa con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le ulive nere della tua miseria.

Perdona soprattutto me, vescovo di questa città, che non ti ho mai fermato per chiederti come stai. Se leggi fedelmente il Corano. Se osservi scrupolosamente le norme di Maometto. Se hai bisogno di un luogo, fosse anche una chiesetta, dove potere riassaporare, con i tuoi fratelli di fede e di sventura, i silenzi misteriosi della tua moschea.

Perdonaci, fratello marocchino. Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha…il colore della tua pelle.

Ti abbraccio.

don Tonino

 

P.S. Se passi da casa mia, fermati!  .  

 

(gennaio 1986)

 

 

Cari missionari,

 

dal Sudan a Cuba, dal Brasile alla Costa d’Avorio, dal Pakistan all’Argentina, dal Per? allo Sri Lanka, dal Libano al Mozambico, dalla Svizzera all’Australia, dallo Zaire all’Indonesia…non c’è angolo della terra dove un frammento eucaristico, staccatosi dall’ostia delle nostre Chiese locali, non sia andato a depositarsi per divenire fermento di nuove comunità cristiane.

Avete inteso bene: vi ho chiamati “frammento eucaristico” a ragion veduta. Non solo per le profonde motivazioni teologiche che ci mostrano come Chiesa ed eucaristia siano due realtà che si richiamano, si completano e si sovrappongono. Ma anche perché mi date l’idea di tante particole che il vento dello Spirito, soffiando sul nostro altare, ha disseminato lontano. E, nonostante tutto, la mensa non si è impoverita. Non è l’eucaristia, infatti, che diminuisce: è l’altare che si dilata.

Così pure voi: portati apparentemente alla deriva dal vento di Pentecoste a approdati su spiagge remote, non avete depauperato il “recinto”, ma avete dilatato il “tabernacolo”.

(…) Grazie, sacerdoti, suore e laici di ogni angolo d’Italia, che vi consumate come lampade in terra di missione.

Grazie, perché ci avete imparentati col mondo.

Grazie, perché, controbilanciando la nostra anima sedentaria, voi ci salvate la faccia.

Grazie, perché ci provocate all’essenziale. E perché, tra i percorsi alternativi che conducono al Regno, ci indicate i rettilinei della semplicità, del coraggio, della donazione totale.

Grazie, perché la leggerezza del vostro bagaglio mette in crisi l’ottusa caparbietà con cui qui trasciniamo rassegnati il “tir” delle nostre improduttive tradizioni.

Grazie, soprattutto, per quello che un giorno forse ci darete. Se, infatti, continueremo a fare resistenza passiva all’urto dello Spirito, probabilmente il vento di Pentecoste comincerà a soffiare in senso contrario. Le favelas delle vostre bidonvilles o le capanne dei vostri villaggi saranno il nuovo cenacolo di Gerusalemme. E le nostre vecchie città occidentali diventeranno “gli estremi confini della terra” bisognosi di redenzione.

 

don Tonino

(novembre 1986)

 

 

Maria, donna feriale

 

Al quarto paragrafo del decreto conciliare sull’apostolato dei laici c’è scritto testualmente: «Maria viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro». Intanto, «Maria viveva sulla terra». Non sulle nuvole. I suoi pensieri non erano campati in aria. I suoi gesti avevano come soggiorno obbligato i perimetri delle cose concrete.

(…) Ma c’è di più: «Viveva una vita comune a tutti». Simile, cioè, alla vita della vicina di casa. Beveva l’acqua dello stesso pozzo. Pestava il grano nello stesso mortaio. Si sedeva al fresco dello stesso cortile. Anche lei tornava stanca la sera, dopo aver spigolato nei campi.

Anche a lei, un giorno dissero: «Maria, ti stai facendo i capelli bianchi». Si specchiò, allora, alla fontana e provò anche lei la struggente nostalgia di tutte le donne, quando si accorgono che la giovinezza sfiorisce.

(…) Sì, anche lei ha avuto i suoi problemi: di salute, di economia, di rapporti, di adattamento. Chi sa quante volte è tornata dal lavatoio col mal di capo, o soprappensiero perché Giuseppe da più giorni vedeva diradarsi i clienti dalla bottega. Chi sa a quante porte ha bussato chiedendo qualche giornata di lavoro per il suo Gesù, nella stagione dei frantoi.

(…) Come tutte le mogli, avrà avuto anche lei momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com’era, non sempre avrà capito i silenzi. Come tutte le madri, ha spiato pure lei, tra timori e speranze, nelle pieghe tumultuose dell’adolescenza di suo figlio. Come tutte le donne, ha provato pure lei la sofferenza di non sentirsi compresa, neppure dai due amori più grandi che avesse sulla terra. E avrà temuto di deluderli. O di non essere all’altezza del ruolo.

(…) Santa Maria, donna feriale, forse tu sola puoi capire che questa nostra follia di ricondurti entro i confini della esperienza terra terra, che noi pure viviamo, non è il segno di mode dissacratorie. Se per un attimo osiamo toglierti l’aureola, è perché vogliamo vedere quanto sei bella a capo scoperto.

don Tonino

 

(aprile 1988)

 

 

Vuoto di potere

 

Me lo disse, è vero, con le migliori intenzioni. E forse non c’era nelle sue parole tutta quella prevaricazione che la frase nella sua crudezza conteneva. Fu il primo giorno del mio ingresso in diocesi. Un amico sacerdote, in una eccedenza di zelo, mi spronava a entrare subito in azione, perché nessuno dovesse avvertire “vuoti di potere”.

Rimasi visibilmente contrariato, perché i progetti che coltivavo, come vescovo ancora fresco di unzione, erano proprio quelli di creare “vuoti di potere”: almeno nella mia vita.

(…) Per un attimo avvertii il fascino di certe nomenclature d’ordine: rigare dritto, avere idee chiare, saper bene quel che si vuole, qui non si scherza, mettere alla frusta… Vidi messi in crisi tutti i discorsi che in passato avevo sostenuto su autorità come servizio e autorità come potere. Mi chiesi se questi discorsi continuavano a essere validi per me, ora che ero divenuto vescovo, o se dovevano servirmi solo nelle prediche. Mi interrogai se fosse prudente sostenere da “ufficiale” teorie ascetiche che avevo seguito da “caporale”, e giunsi a domandarmi se nella visione evangelica la prudenza della carne non avesse qualche diritto a controllare la libertà dello Spirito perché questi, abituato a soffiare dove vuole, non facesse pazzie o commettesse intemperanze.

(…) So certamente una cosa: che si va radicando in me, almeno a livello teorico, la convinzione che, tra le insegne pontificali, il cerimoniale liturgico della consacrazione dei vescovi dovrebbe prevedere, oltre all’anello, alla mitra e al pastorale, anche una brocca, un catino e un asciugatoio. E non certo per esigenze di copione o perché la Chiesa “del grembiule” sia un’immagine di più sicura presa emotiva. Ma perché è l’immagine che meglio esprime la regalità della Chiesa, per la quale, come per Cristo, regnare significa servire.

In questo si esprime la sua autorità: lavare i piedi ai fratelli, perché, ristorati da un lavacro d’amore, si mettano con gioia alla sequela di Gesù Cristo, e il loro cammino sia più spedito, e le cadenze del loro passo assumano il ritmo della speranza.

don Tonino

 

(novembre 1988)

 

 

I piedi di Pietro

 

Sì, ce l’ha fatto capire Gesù: anche Pietro è un povero. Oggi più che mai. Anzi, per usare la terminologia corrente, appartiene alla classe degli ultimi. Noi non ce ne accorgiamo più, perché, a furia di difendere la tesi del “primato” di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quell’ “ultimato” di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale.

Sta di fatto, comunque, che, benché gli accoliti gli lavino ostentatamente le mani nei pontificali solenni, i piedi, però, non glieli lava nessuno.

(…) Povero Pietro. Forse sta scontando ancora gli effetti di quella iniziale resistenza, quando, sottratto l’umido calcagno alla presa del maestro, contestò caparbiamente: «Non mi laverai mai i piedi». La sua voleva essere un’affettuosa protesta rivolta al Maestro. Ed è divenuta un’amara profezia rivolta al popolo dei suoi discepoli.

Carissimi fratelli, se vi scrivo queste cose è perché temo che, a Pietro oggi non gli si voglia molto bene.

Come se non bastasse il peso del mondo, gli incurviamo le spalle pure noi sotto il fardello delle nostre risse fraterne.

(…) Cadiamo una buona volta ai piedi di Pietro. Non per adorarlo, come fece il centurione Cornelio. Ma per lavarglieli, quei piedi. Oggi, specialmente, che sono così stanchi per il tanto camminare sulle strade del mondo.

Facciamogli sentire il tepore dell’acqua. Prendiamo l’asciugatoio che ha i profumi casalinghi dello spigo. Forse, mentre lo rinfrancheremo dalle sue fatiche con i gesti della tenerezza, cadute certe teorie puritane sullo spreco delle sue itineranze, ripeteremo pure noi i versetti di Isaia: «Come sono belli i piedi dei messaggeri che annunciano la pace!».

(…) Diamo cadenze d’amore trepido alla nostra implorazione, come avveniva un tempo quando «era tenuto in prigione, e una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui».

Stiamogli vicino, a questo nostro fratello ultimo, che forse più di ogni altro ha bisogno della nostra carità.

Forse, mentre l’acqua tintinnerà nel catino, egli proverà tanto ristoro dalla nostra appassionata premura, che ci mormorerà all’orecchio, come quella sera fece con Gesù: «Non solo i piedi, ma anche le mani e il capo».

don Tonino

 

(marzo 1989)

 

 

Compito dei profeti

 

Tra le cose che in questi ultimi tempi mi fanno interiormente soffrire di più, c’è quella specie di censura sorda, nascosta, ammiccante che mi sento gravare sull’anima ogni volta che, insieme agli altri vescovi “metto lingua” per denunciare il processo di militarizzazione della Puglia.

Una volta uno mi ha chiesto senza mezzi termini se, tra i doveri di un vescovo, ci fosse anche quello di sparare a zero contro i poligoni di tiro, o se il cerimoniale liturgico degli alti prelati prevedesse l’obbligo di dover brontolare contro le cittadelle militari.

Ci sono rimasto male. Non tanto per l’acido corrosivo dell’ironia. Quanto perché mi sono reso conto che l’immaginario della gente è lentissimo al cambio, e che certi stereotipi sono duri a morire. Sicché l’uomo di Chiesa che, scavalcando i recinti festivo-sacramentali del rito, invade la strada della ferialità e si sforza di illuminare il percorso con la luce della Parola di Dio, è considerato non meno prevaricatore di uno stratega che pretenda di regolare lo svolgimento di una messa pontificale.

(…) Indicare l’assurdità di ogni guerra, visto che oggi essa si risolverebbe inesorabilmente in una catastrofe planetaria, è dovere dei pensatori. Sostenere che i soldi impiegati per costruire bombe sono un furto perpetrato a danno dei poveri, è ufficio degli educatori.

Ma dire che ogni apparato di guerra, anche se non verrà mai messo in funzione, è una violenza profonda che corrode alla radice la logica del vangelo, è compito dei profeti. E guai ad essi se, temendo il compatimento dei benpensanti o arrestandosi dinanzi alle seducenti ragioni del buon senso, o sentendosi minacciare dall’accusa di fondamentalismo, o privilegiando il realismo dei piedi per terra sulla sacra ingenuità dell’utopia, dovessero pronunciare per metà l’unica parola, shalom, per la quale sono abilitati a parlare con forza.

(…) Il Signore liberi i suoi servi dalla tentazione del silenzio, restituisca alla nostra Chiesa il coraggio di non operare riduzioni in scala nel suo annuncio mite e forte della pace. E le conceda la gioia di pronunciarne tutta intera la parola senza smorzarne le finali.

don Tonino

 

(gennaio 1990)