Da Nigrizia di Gennaio - Africa del Nord 2013 / Prospettive

Tunisia, transizione complicata

In Tunisia, è tornata la violenza e l’ Ennahda spinge per uno stato confessionale.

di Mostafa El Ayoubi

Nel dicembre 2010 i primi focolai di rivolta a Sidi Bouzid e il gesto disperato mortale di Mohamed Bouazizi; nel novembre 2012 violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine; migliaia di tunisini in piazza a chiedere giustizia sociale e condizioni di vita dignitose. Questa volta la città protagonista è Siliana: è cambiato il nome della città ma le rivendicazioni sono sempre le stesse; è cambiato il regime ma i segnali di transizione democratica sono ambigui.

Ennahda, il partito islamico che ha stravinto le elezioni legislative nell’ottobre 2011, ha come progetto politico l’instaurazione di uno stato con una forte connotazione confessionale. La sua ala più estremista insieme ai salafiti – in forte crescita nel paese – cerca di raggiungere tale obiettivo anche con l’uso della violenza. In Tunisia oggi si parla di milizie islamiste pro-governative che terrorizzano la popolazione imponendole una morale fondamentalista. Amnesty International in un suo recente rapporto intitolato “Un passo in avanti e due passi indietro?” ha asserito che «le restrizioni alla libertà di espressione si sono indurite» con la scusa «di mantenere l’ordine pubblico e morale».

I violenti scontri che negli ultimi mesi hanno opposto il governo a diverse categorie sociali e professionali, come i sindacati dei giornalisti, e quella dei lavoratori sono i sintomi di un malcontento e di una preoccupazione generale di come il nuovo regime interpreti la democrazia.

I giornalisti lamentano da mesi virulente forme d’intimidazione e di aggressione e denunciano le nomine politiche dei dirigenti del servizio pubblico: uomini spesso vicini al nuovo establishment.

A fine novembre anche l’influente sindacato, l’Unione generale dei lavoratori tunisini, ha deciso di far sentire la sua voce contro un governo definito antidemocratico indicendo scioperi in tutto il paese.

Certo, forti mobilitazioni di questo tipo fino a due anni fa erano impensabili. Ciò significa che qualcosa si sta muovendo. Il problema è: a quale ritmo? Il processo è troppo lento e rischia di far sprofondare la Tunisia nel caos. L’Assemblea costituente, dominata dagli islamisti, non è riuscita ancora a emanare una nuova costituzione, senza la quale l’avviato processo di democratizzazione rischia di bloccarsi. Ed è forse quello che i salafiti e i jihadisti sperano.