Da Nigrizia di Gennaio - Africa del Nord 2013 / Prospettive

Egitto, la prova di forza dei Fratelli musulmani

Nel caos egiziano, il presidente Morsi si batte per poteri speciali, spalleggiato dai Fratelli musulmani.

di Mostafa El Ayoubi

A quasi due anni dalla caduta di Mubarak, l’Egitto continua ad attraversare una crisi politica e istituzionale gravissima, come hanno dimostrato gli scontri di piazza in diverse città negli ultimi mesi.

L’uscita di scena – negoziata – dei militari, l’estate scorsa dopo l’elezione del presidente Mohamed Morsi, esponente del movimento dei Fratelli musulmani (Fm), sembrava l’inizio delle riforme politiche, sociali ed economiche per risollevare la sorte del popolo egiziano. Invece no!

Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 si sono svolte le prime elezioni legislative libere. Elezioni che hanno coronato i Fm, attraverso il loro partito Giustizia e libertà, come prima forza politica del paese e i salafiti – assenti dalla scena politica fino all’inizio della rivoluzione del 25 gennaio – come secondo partito. In quelle elezioni, gli islamisti complessivamente hanno ottenuto il 70% circa dei seggi al parlamento. Quel successo elettorale non si è ripetuto, però, alle presidenziali, sei mesi dopo: il loro candidato Morsi, al secondo turno è stato votato da poco più del 51% degli egiziani.

Questo modesto risultato deriva dall’ambiguità con la quale il movimento dei Fm una volta giunto al potere stava operando sia sulla scena interna, con le sue contrattazioni sotto banco con la giunta militare, sia su quella internazionale, con aperte trattative con Washington che per decenni ha di fatto “governato” a distanza l’Egitto.

Chiamato a governare in un contesto politico in crisi, senza una costituzione post-rivoluzionaria in grado di definire le prerogative del presidente e delle altre istituzioni dello stato – occorre ricordare che i 21 membri della corte costituzionale attuale sono stati tutti nominati a vita da Mubarak – Morsi ha cercato di approfittare del vuoto costituzionale per rafforzare la posizione del suo movimento. La Dichiarazione costituzionale, che ha emanato nel novembre scorso, ne è la prova. Il decreto presidenziale, in sostanza, doveva consentire al presidente di disporre di poteri speciali da estendere anche al campo della magistratura, e di immunizzare la costituente – composta in gran parte da islamisti – incaricata di redigere la nuova costituzione.

La mossa di Morsi rientrava nel progetto dei Fm di preparare il terreno a un controllo strutturale del paese e anche dei paesi arabi. Il movimento, attraverso Morsi – con delega degli Usa – ha sdoganato Hamas, ala palestinese dei Fm, e sta gettando le basi per consolidarsi come la più grande forza politica nel mondo arabo.

Il presidente, tuttavia, ha sottovalutato la reazione dell’altra metà della popolazione che non l’ha votato. La sua Dichiarazione costituzionale ha trascinato l’Egitto in una pericolosa polarizzazione politica e sociale. Gli scontri in piazza tra sostenitori e oppositori di Morsi hanno dimostrato che i Fm hanno sbagliato a pensare che basta vincere le elezioni per impadronirsi del paese. L’Egitto di oggi è molto diverso da quello che fu governato da Mubarak. Gli egiziani hanno buttato giù il muro della paura e della sottomissione e l’hanno dimostrato negli ultimi mesi dell’anno appena finito. Morsi alla fine l’ha capito e ha fatto un passo indietro annullando la Dichiarazione costituzionale.

Ma la partita rimane aperta tra gli islamisti e le forze laiche sulla futura natura ideologica dello stato egiziano: sarà islamico o laico? Al momento i Fm sembrano i più attrezzati a vincere la partita.