Da Nigrizia di giugno 2012: i conti non tornano

4/Sierra Leone, un presente stretto

Gli anni della guerra civile, difficili da lasciarsi alle spalle (anche dopo la recente condanna di Taylor), e un futuro denso di incognite in termini di sviluppo economico e democratico. A dicembre si vota e Koroma ci riprova. Ma il suo primo mandato non convince.

di Giulio Albanese

Per chi ha sofferto le violenze della guerra civile (1991- 2002), il 26 aprile 2012 passerà alla storia. In quella data, infatti, l'ex presidente liberiano Charles Taylor è stato giudicato dalla Corte speciale per la Sierra Leone (Cssl), con sede all'Aia, colpevole di aver fornito aiuto materiale, assistenza e sostegno morale ai ribelli del Fronte unito rivoluzionario (Ruf ), attivi in Sierra Leone negli anni Novanta, sotto la guida di Foday Sankoh. Costui, fondatore del Fronte, fu arrestato nel 2000, preso in consegna dal Regno Unito e accusato dalla Cssl per crimini di guerra, utilizzo di bambini soldato, crimini contro l'umanità, riduzione in schiavitù, stupro e schiavitù sessuale; morì di ictus durante il processo nel luglio 2003. Taylor, tuttavia, è stato scagionato dall'accusa di aver ordinato e pianificato i massacri compiuti dal Ruf.

 

La sentenza della Cssl ha suscitato il plauso delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e di componenti significative della comunità internazionale. Ma se la condanna di Taylor ha certamente rappresentato un passo significativo verso l'agognata giustizia, la strada del riscatto è ancora molto lunga e tutta in salita. Anzitutto, perché a Freetown e dintorni tutti sanno che Taylor, Sankoh e altri hanno fatto il bello e il cattivo tempo con il sostegno di poteri stranieri, più o meno occulti, interessati alle immense risorse minerarie di cui è ricco il sottosuolo sierraleonese. È auspicabile che la Corte continui le proprie indagini: tra mercenari stranieri e venditori di pepite, sono ancora molti i criminali a piede libero che ebbero dirette responsabilità nelle sanguinose vicende che fecero precipitare la Sierra Leone in una spirale infernale.

 

Difficile riassumere ciò che accadde in Sierra Leone in quegli 11 anni. Basti dire che le ostilità, costate 75mila vittime, misero a ferro e fuoco ogni città, villaggio e contrada, contrapponendo le forze governative a gruppi di feroci ribelli. Furono commesse nefandezze su cui la Cssl ha avviato processi nei confronti non solo di Taylor, ma anche dei vertici di tutti i gruppi armati coinvolti: dagli ex ribelli del Ruf allo schieramento delle Forze della difesa civile" (Cdf - un gruppo di miliziani che affiancò l'esercito regolare sierraleonese), all'ex giunta militare del maggiore Johnny Paul Koroma. La Corte, voluta dall'Onu e composta da 8 giudici nominati dal governo di Freetown e altrettanti dalle Nazioni Unite, è un avanzato esperimento di giurisprudenza internazionale, nato da un rapporto paritetico tra la giustizia sierraleonese e il Palazzo di Vetro.

 

A pagare il prezzo più alto della guerra furono i bambini, arruolati con la forza e costretti, sotto l'effetto di droghe, a commettere crimini: uccisioni, amputazioni di arti, razzie... Uno di loro, "Super Soldier", sequestrato a 8 anni, trovava il coraggio di uccidere imbottendosi di droga. Nel 1998 tentò la fuga ma fu ripreso dai ribelli due giorni dopo. Per punizione gli marcarono a fuoco sul petto la sigla "Ruf ". Non si sa che fine abbia fatto. A Freetown, tuttavia, di ragazzi come lui - oggi persone mature - se ne possono incontrare ancora a frotte, tutti per lo più disoccupati. Alcuni sono andati all'estero, arruolandosi nelle milizie che hanno difeso fino all'ultimo Muammar Gheddafi. Altri fanno i soldati di ventura in giro per l'Africa.

 

Durante la guerra, 40mila minorenni furono uccisi, 10mila bambini sequestrati e 20mila ragazze stuprate. Un bilancio raccapricciante, che pesa sul futuro di una nazione di circa 5,5 milioni di abitanti, con un'aspettativa di vita di 50 anni e con un indice di sviluppo umano che la pone al 180° su 187 paesi.

 

Cambiamento mancato

Il paese parve rialzare la testa con le elezioni generali del 2007. Vinse di misura il partito d'opposizione, il Congresso di tutto il popolo (Apc), che si aggiudicò 59 dei 112 seggi in palio; alla formazione di governo, il Partito popolare della Sierra Leone (Slpp), ne andarono 43. Si aggiudicò le presidenziali, al secondo turno, Ernest Bai Koroma (foto), leader dell'Apc, originario di Makeni, santuario della ribellione, con il 54,6% delle preferenze, davanti al candidato governativo, il vicepresidente Solomon Berewa (45,4%), che avrebbe dovuto continuare la linea politica iniziata dal capo dello stato uscente, Ahmad Tejan Kabbah, cui si riconosceva il merito di aver difeso gli interessi nazionali in condizioni estreme durante gli anni della guerra.

 

Le attese popolari erano altissime quando, il 15 novembre 2007, durante la cerimonia d'investitura, Koroma promise di combattere la corruzione e insistette sulla necessità di promuovere un cambiamento di mentalità: una vera e propria operazione culturale per garantire pace e prosperità al paese. Ma ora che il suo mandato sta per concludersi - le elezioni saranno a novembre - quale giudizio dare del suo mandato?

 

Dal sito WikiLeaks si apprende che il 6 e il 15 agosto 2008 la polizia di Freetown ricevette istruzioni da Koroma di non agire contro il ministro dei trasporti, Kemoh Sesay, il cui nome era apparso in un'inchiesta su un traffico di cocaina. A riprova che Koroma, un omone di un metro e novanta dallo sguardo bonario, non è lo stinco di santo che vorrebbe far credere.

 

Per attrarre gli investitori in Sierra Leone, Koroma ha reso più snelle le procedure di registrazione delle imprese (a suo dire, «le più rapide in tutta l'Africa») e introdotto incentivi fiscali per l'agro-business, le estrazioni minerarie e il turismo. Il 1° novembre 2010, davanti a un folto gruppo di investitori e manager riuniti a Londra per la seconda edizione di Private Equity in Africa, un vertice di leader organizzato dal Financial Times, il leader sierraleonese fece colpo sui partecipanti: «Nei prossimi 10-20 anni l'Africa avrà uno sviluppo notevole grazie alle sue grandissime risorse minerarie. Ma non solo: ci sono anche terreni agricoli sottoutilizzati ». Come dargli torto? Ma quali i costi di questo sviluppo?

 

In Sierra Leone, 5,4 milioni di ettari di terreni si prestano alla coltivazione di riso, palma da olio, canna da zucchero e cacao. E Koroma, soprattutto nella seconda parte del suo mandato, ha indicato l'agricoltura come «settore-chiave per guidare la ricostruzione economica del paese». Il ministro per il commercio e per l'industria, Richard Konteh, già lo scorso anno aveva dichiarato la disponibilità a cedere terre a investitori stranieri per la durata di mezzo secolo, con possibilità di prorogare le concessioni per ulteriori periodi di 21 anni, rinnovabili di volta in volta. Morale della favola: il 10 novembre scorso la Addax Bioenergy, una sussidiaria del gruppo svizzero Addax and Oryx Group, ha festeggiato la posa della prima pietra del suo progetto di produzione agricola e di energia nelle vicinanze di Makeni, nel nord del paese. Il progetto comprende lo sviluppo di una piantagione di canna da zucchero, la costruzione di una raffineria di etanolo e un impianto per la produzione di energia alimentato da biomassa, che dovrebbero diventare operativi nel 2013. Da rilevare che la Addax si è impegnata a investire 200 milioni di euro (oltre il 10% del Pil della Sierra Leone) per produrre zucchero, etanolo e 30 Mw di energia elettrica su 400mila ettari di terra. Questo è solo l'inizio di un vero e proprio processo di land grabbing (accaparramento di terre) che vede coinvolte anche altre imprese straniere. Della tutela delle popolazioni autoctone e dei loro territori, dei diritti umani e dei lavoratori, nessuna informativa da parte di Koroma.

 

Appetiti minerari e petroliferi

Ma i veri tesori della Sierra Leone sono sottoterra: bauxite (alluminio), ilmenite (titanio), diamanti, rutilo, oro e ferro. Nell'agosto 2011, la società statale African Minerals, quotata alla borsa di Londra, ha ottenuto il diritto di estendere le sue operazioni a Tonkolili, nel nord del paese, dove dice di aver scoperto riserve di ferro pari a 10,5 miliardi di tonnellate. L'azienda ha firmato un memorandum d'intesa con il gruppo cinese Shandong Iron and Steel, pronto a investire 1,5 miliardi di dollari per una sua partecipazione al 25% nel progetto. Da parte sua, la società britannica London Mining Company ha fatto sapere di voler impiegare 300 milioni di dollari nell'arco di 4 anni nella miniera di ferro di Marampa, a circa 150 km a nord-est di Freetown.

 

Il problema di fondo è legato alla corruzione, nel senso che alcune delle intese siglate violerebbero la legge sulle miniere del 2009. Il rappresentante speciale dell'Onu per la Sierra Leone, Michael von der Schulenberg, commentando davanti al Consiglio di sicurezza gli accordi siglati, ha dichiarato: «È la dimensione dei due contratti per lo sfruttamento del ferro a suscitare disagio ». Se le dichiarazioni ufficiali sono corrette, il giro di affari supererebbe le capacità finanziarie e organizzative del governo di Freetown. Come se non bastasse, il ministero delle miniere ha ipotizzato l'apertura di nuovi siti per lo sfruttamento di oro e diamanti nei prossimi 3-5 anni, sottolineando che le entrate annuali per l'esportazione delle risorse minerarie potrebbero superare i 270 milioni di euro.

 

La Cina, come in quasi tutti i paesi africani, è la potenza straniera più decisa a intervenire in Sierra Leone, sia per lo sfruttamento delle materie prime, sia per la realizzazione di infrastrutture. Due centrali idroelettriche saranno costruite da investitori cinesi a Makeni e a Port Loko, nel quadro di un progetto regionale per rafforzare i rapporti commerciali e politici tra l'Africa e il gigante asiatico.

 

Anche il business del petrolio nelle acque territoriali sollecita gli appetiti cinesi e gli interessi di non poche multinazionali. Immense le cifre in gioco. Ma la nuova legge sulle estrazioni petrolifere, redatta nel luglio scorso e approvata dal presidente Koroma con procedura di emergenza, nega all'opposizione e alla società civile la possibilità di consultare i contenuti del testo legislativo. Nella prossima campagna elettorale c'è da scommettere che si parlerà soprattutto di petrolio.

 

Ovviamente non bastano oro, diamanti, ferro e petrolio per avere progresso e democrazia. Questa verità è emersa nella Conferenza su sviluppo e trasformazione, tenutasi a Freetown dal 31 gennaio al 1° febbraio scorsi. Oltre a fotografare il "sistema paese", l'incontro ha offerto al parlamento una serie di raccomandazioni su come risollevare le sorti della nazione. Si è detto che, nonostante le ricchezze minerarie, il paese è ancora incapace di fornire ai cittadini condizioni di vita soddisfacenti.

 

Non sono mancate critiche a Koroma, che pure aveva voluto la conferenza. Gli investimenti stranieri nel settore minerario, alla prova dei fatti, stanno determinando una svendita del patrimonio nazionale. Servono, invece, interventi strategici nei campi della sanità, dell'istruzione e delle infrastrutture in vista di benefici a lungo termine per la popolazione. In particolare, si è suggerito al governo che nessun nuovo accordo relativo al settore minerario sia concluso senza una previa analisi pubblica dettagliata circa le risorse da sfruttare.

 

I detrattori di Koroma sono convinti che il presidente abbia accettato di passare sotto le forche caudine della conferenza solo per guadagnarsi il favore della gente in vista di una sua rielezione; i fatti, però, dimostrano che punta solo al proprio tornaconto.

 

Una cosa è certa: se la questione sociale non verrà seriamente affrontata, il rischio è che si torni alla guerra. Il paese non può permetterselo.