Da Nigrizia di giugno 2012: il riformatorio di Freetown

5/Scarti minori

Nella prigione della capitale sono reclusi bambini anche di 10-11 anni presi dalla strada. Vivono ammassati in grandi stanzoni, dove regna il potere delle gang. Con loro lavora da alcuni anni il dottor Ravera, primario di Psicologia clinica a Imperia. Sport, scuola, controlli medici, reinserimento sociale e, dove possibile, familiare, gli obiettivi del suo programma.

di Monica Piccini

Dai colloqui psicologici («le sedute coincidono con il racconto della loro vita»), agli interventi di piccola chirurgia («mettiamo anche i punti di sutura quando si picchiano») e alla contabilità («oltre alle pene, ci sono multe salatissime da pagare»): il dottor Roberto Ravera, primario di Psicologia clinica dell’Asl di Imperia, da tre anni si occupa, con la sua équipe, dei detenuti del carcere minorile di Freetown, capitale della Sierra Leone. La sua attività qui ha avuto inizio con l’incontro, nel 2007, con padre Giuseppe Berton, fondatore della onlus per il recupero dei bambini soldato, chiamata Family Home Movement (Fhm) (vedi: www.fhmitalia.it). A dieci anni dalla fine della guerra civile, come vivono questi minori sbandati?

Si è posto questa domanda il dottor Ravera, il quale, dopo aver diretto un centro per la ricerca e la cura degli aspetti neurofisiologici del trauma, adesso si sta prendendo cura di chi, ancora una volta, è capitato dalla parte sbagliata: i reclusi della Juvenile Prison. «La maggior parte di loro è stata presa in strada con una retata casuale. Molti sono ragazzini di 10-11 anni che aspettano mesi per un processo, sulla base di prove irrisorie, spesso senza aver mai incontrato un avvocato», racconta. Quando ha messo la prima volta piede in questo enorme stanzone, si è trovato davanti gli sguardi di 80 ragazzini e uno scenario desolante: le pareti annerite dal fumo e coperte dalle scritte delle gang; letti in cemento; niente bagni, ma solo dei secchi in fondo alla camerata, e «alcuni ragazzi completamente nudi».

La presa in consegna del riformatorio, in tandem con gli sforzi del direttore, il reverendo Showers, fin qui ha significato la ritinteggiatura del casermone, la costruzione dei bagni, il rifornimento di cibo e vestiti («spesso li tengono nascosti per non rovinarli e continuano a mettersi i loro abiti sporchi»), oltre alla istituzione di percorsi di riabilitazione con la concessione della semilibertà, ossia la possibilità di uscire in prova dal carcere o di frequentare una scuola, per poi tornarvi nel pomeriggio. Sport, scuola, controlli medici, reinserimento sociale e, dove possibile, familiare e supporto psicologico: una rivoluzione ricostruttiva, un giorno dietro l’altro. Detto così, sembra facile. Ma a complicare il tutto c’è la storia che ogni ragazzo si porta dietro.

«Gli occhi di Foday – racconta il medico – luccicano solo quando gli chiedo della nonna. Non ha conosciuto i suoi genitori. Ma le botte dello zio, che si prese cura di lui dopo la morte della nonna, quelle se le ricorda bene. Ha 12 anni e sembra già un vecchio». David, stessa età, è in carcere per rissa e per aver ferito un coetaneo. L’hanno condannato a 5 anni. La sua paura è di finire a Pademba, il carcere dei grandi, dove vivono più di 1.000 detenuti in un istituto che dovrebbe contenerne 300.

Se i minori a Freetown oggi non sono reclusi fianco a fianco di criminali efferati, anche questo lo si deve alla onlus di cui il dottor Ravera ha raccolto il testimone da padre Berton, oggi ottantenne. «Dentro il carcere di Pademba ho trovato minori di varie età, ragazzi di strada che nessuno vuole o reclama». L’interessamento del team Fhm è riuscito a spostarli nella prigione giovanile. La stanza dove il dottore parla con i ragazzi è invasa dalla polvere e da un caldo soffocante.

Supportato da due assistenti sociali, scrive via via la storia di ognuno di questi giovani detenuti. «Sembrano stupiti di questo interessamento. Non sono abituati a vedere qualcuno che è disposto ad ascoltarli. Capisco che persino l’aiuto può essere complicato, se chi lo riceve non ne contempla il significato». Nella camerata comune i “capi clan” tengono sotto controllo ogni movimento del dottore. Per i più piccoli è difficile avere lo stesso atteggiamento gentile e timido che hanno in privato. La cosa che colpisce è come quasi tutti rimangano indifferenti al dolore altrui: sembrano fare a gara nell’apparire del tutto freddi.

Quando scoppiano le risse, i più fragili sono i primi a pagarne le conseguenze. Come Saidu che, a 10 anni, ha cercato di rubare una capra assieme a due fratelli. È stato preso perché meno veloce degli altri a scappare. Dice il dottor Ravera: «Nei tre anni di reclusione non riceverà nessuna visita. È la stessa cosa per la maggior parte di questi ragazzi. In Sierra Leone la parola solidarietà, anche all’interno delle famiglie, non è molto conosciuta».

Un ragazzino è stato colpito da oggetti metallici in pieno viso per una parola di troppo, ma, come tutti gli altri, ha una tolleranza al dolore che non è umana. «Nessuno di loro grida o si lamenta», commenta Ravera. «Sembrano abituati a non dire nulla, perché nessuno ha mai ascoltato il loro dolore. Hanno un atteggiamento quasi marziale e potrebbero ingannare, se non conoscessi il loro bisogno di affetto».

Gli ospiti del riformatorio di Freetown sono ragazzi disperati e disincantati, privi di un normale tessuto affettivo che li possa proteggere dal mondo degli adulti. Sono vittime che rischiano di diventare carnefici. Secondo una dinamica psicologica abituale per chi nella guerra c’è nato. I segni del massacro civile durato undici anni sono, infatti, sui muri, sulla pelle (cicatrici impresse da rudimentali lame incandescenti), ma soprattutto nella psiche delle nuove generazioni.

Cancellare i segni di guerra dal muro è stata, non a caso, la prima iniziativa proposta ai detenuti dagli assistenti sociali. «Abbiamo chiesto di rendere quel posto una free zone, un luogo di recupero e non un fronte di guerra. Ma non potevamo imporre questa scelta: sarebbe stata controproducente. Perciò abbiamo avviato trattative con i leader delle gang presenti nel riformatorio, perché ciò avvenisse con il loro accordo. Solo dopo abbiamo cominciato a verniciare».

Un’esperienza preziosa che racconta come il “passo in avanti” nella ricostruzione di un paese dilaniato dall’ingiustizia economica e sociale non possa prescindere dalla dignità di ogni singolo uomo, detenuti minori compresi.