Le madri della pace

Manifestazione di donne a Monrovia, in Liberia

Presentazione dell'autrice


Marzo 2011

 

22 febbraio 2011. Monrovia. Liberia. Sono le 8 di mattina. Il traffico è congestionato e una brezza fresca non ha ancora lasciato il passo al caldo umido e soffocante delle giornate tropicali. Loro sono un centinaio: donne, liberiane. Portano magliette e copricapo bianchi che risaltano al contrasto con la terra rossa di un campo da calcio, poco lontano dalla residenza della prima presidente donna di tutta l'Africa. Appartengono a diverse religioni ed estrazione sociale ma sono accomunate dal desiderio di dimostrare la loro solidarietà alle donne della vicina Costa d'Avorio. Si sono riunite qui ogni giorno dall'alba alle 12, quando il sole batte forte sulla terra e sulle loro teste, per quattordici giorni consecutivi, quasi a voler rievocare i quattordici anni di atroce guerra civile che hanno afflitto la Liberia fino al 2003. Ma oggi non si tratta più del loro Paese. Sono qui per scongiurare il ripetersi di una tragedia simile nel Paese confinante, in piena crisi dopo le elezioni presidenziali che hanno visto il candidato uscente, Laurent Gbagbo, deciso a non lasciare il potere e il suo avversario, Alessane Ouattara, essere riconosciuto come legittimo presidente dalla comunità internazionale. Alcune di loro sono già qui dalle 6, altre stanno ancora arrivando. Camminano lente ma decise, si coprono i fianchi con lapa colorate (tessuti tradizionali) e portano magliette con scritte come "Pace? Sì. Guerra? Mai più", "Lo stupro è un crimine" o "Anche le donne prendono decisioni". Preparano le bottiglie d'acqua per affrontare la lunga giornata di sole e si siedono una vicina all'altra, per terra. C'e' chi fa l'appello e chi dormicchia un po', poi alle 8.30 inizia la preghiera. In cerchio, intorno a due bandiere issate su bastoni di legno: quella liberiana e quella ivoriana. Vicine, sorelle, solidali: le bandiere come le donne che cantano e ballano, tenendosi per mano. Gli automobilisti in colonna non possono fare a meno di voltarsi e guardare anche solo per un momento i volti orgogliosi di queste donne e ascoltarne le voci che si alzano oltre il rumore del traffico.

Le donne liberiane non sono nuove a questo genere di attivismo. Nessuno nel Paese può dimenticare quando nel 2003 un gruppo di quasi 200 di loro salì su di un aereo ed andò ad Accra, in Ghana, per partecipare alle trattative per la pace in Liberia. Si trattava dell'ultimo gesto, disperato ma convinto, di donne che avevano protestato per anni contro un conflitto civile cruento e terribile che le vedeva vittime di violenze atroci e che ammazzava i loro figli e mariti. Furono loro a costringere i signori della guerra, alloggiati in alberghi lussuosi e più attenti agli agi del soggiorno in Ghana che alle sorti del loro Paese, a firmare la pace dopo numerosi giorni di estenuanti trattative, minacciandoli di non lasciarli uscire dalla sala riunioni in cui si trovavano se un accordo non fosse stato raggiunto.

Chissà se anche oggi la forza di queste donne, sedute per terra su di un campo da calcio riuscirà ad arrivare fino alle sale del potere. Chissà se ad Abidjan, in Costa d'Avorio si parlerà di loro. Le donne liberiane ci credono e continuano a pregare mentre a Nord Est del Paese, ad un giorno di macchina da Monrovia, i rifugiati continuano ad oltrepassare il confine con la Liberia. Sono ormai quasi 40.000. Sono in maggioranza donne e bambini.

 


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